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IMG 60771Sono Francesca, mamma di Emma che ha compiuto un anno il 16 settembre.

La mia storia, anzi la nostra storia, di latte, è iniziata in modo un po' burrascoso, ma forse è proprio la serie di ostacoli che abbiamo dovuto superare che l'ha resa ancora più bella, quasi magica direi.


Sono una giornalista di cronaca nera e un po' per deformazione professionale, un po' per carattere non sono mai stata quel genere di ragazza che vede tutto rosa e fiori e che sogna la maternità da quando era bambina. Ma a 28 anni, con un divorzio già alle spalle (ebbene sì mi ero sposata giovanissima, ma con l'uomo sbagliato...) la voglia di diventare mamma ha preso il sopravvento. Dopo alcuni mesi di ricerca è arrivato il test positivo. Poi la gravidanza, con qualche problemino ma quella è un'altra storia...

Infine il parto: l'esperienza più bella, potente ed emozionante della mia vita. Quando quel batuffolo di ciccia con gli occhi grandi mi si è accoccolato sul petto ho capito che tutto ciò che di bello avevo provato fin lì non poteva chiamarsi felicità. Perché la felicità era dare la vita.

Dare la vita contemporaneamente a una bambina, a una mamma e a una famiglia.

Ma arriviamo all'allattamento, altrimenti rischio di annoiarvi troppo e di andare fuori tema...Emma si è subito attaccata al seno. Un'ora e mezza di contatto pelle a pelle con il papà che ci guardava estasiato e non smetteva di piangere dalla gioia. Il colostro c'era, il latte ovviamente ancora no, ma alle dimissioni dall'ospedale il calo fisiologico era nella norma. Tutto bene, dunque, si torna a casa felici e contenti con l'appuntamento per la visita di controllo una settimana dopo.

A casa cominciano le notti insonni e le poppate ogni due ore, un'ora, ma anche mezzora, dieci minuti... insomma Emma e la tetta sono una cosa sola, ma io sono
felice e non me ne preoccupo più di tanto. Nemmeno la stanchezza è poi così eccessiva: so che devo fare la mamma a tempo pieno per ora e il
sacrificio è nulla in confronto alla felicità.

L'idillio crolla alla fatidica visita di quel maledetto 25 settembre. Emma aveva appena 9 giorni. L'infermiera pediatrica dell'ospedale la pesa e scopre che in quattro giorni aveva preso "soltanto" 90 grammi.


Troppo poco secondo lei, quindi mi suggerisce di attaccarla al seno per una doppia pesata. Emma non ha fame, aveva mangiato poco prima e si attacca e stacca in continuazione. Dopo una ventina di minuti l'infermiera torna a pesarla e scopre che ha preso 30 grammi di latte.


Il commento è lapidario: "È troppo poco. Serve un'aggiunta. E poi si vede che qui non c'è niente".

E nel dire così mi mette le mani addosso e mi dà una strizzata alle tette. Credo che quello sia stato il momento più umiliante della mia vita. Una sconosciuta che non sa nulla di me si permette di toccarmi una parte del corpo così intima e, soprattutto, mi insinua il tarlo che come madre non valgo niente perché non sono neanche in grado di nutrire mia figlia.

Stordita e infastidita esco di lì e vado dalla mia pediatra che non avevo ancora mai conosciuto. Anche lei, con sufficienza e pochissima grazia, pesa Emma e concorda con la tesi dell'infermiera dell'ospedale: serve l'artificiale altrimenti la bimba cresce troppo poco. Io, che all'allattamento al seno ci tenevo molto, chiedo se questa cosa di darle l'aggiunta potesse limitarsi ad un breve periodo e se così facendo non si rischiava di compromettere il rapporto della piccola con la tetta.

"Certo che sarà difficile tornare all'allattamento esclusivo. Ma cosa le importa, con il biberon è sicura che cresce. Mica è veleno!".

Un'altra coltellata al cuore. Ero una mamma inesperta, insicura e spaventata. Certo non volevo nemmeno correre il rischio di non far crescere abbastanza mia figlia, quindi non riuscii a negarle questa maledetta aggiunta di latte artificiale. Ma in cuor mio sapevo che avrei fatto qualsiasi cosa per eliminarla il prima possibile. Ho comprato acqua e polverina, sterilizzatori e biberon e ho trascorso cinque bruttissimi giorni e cinque orrende notti a preparare latte artificiale da dare a Emma dopo ogni poppata al seno. Io ero nervosa, il mio compagno anche e la bimba pure. Più biberon ciucciava e più le era difficile poi poppare al seno.

Erano ormai i primi di ottobre e nella mia città stavano organizzando il flashmob per la Sam. Quanto avrei voluto andarci! Aspettavo quel momento così tanto quando ero incinta ed ero felicissima che ci sarebbe stato proprio a pochi giorni dalla nascita della mia bambina.

Invece passavo le giornate a piangere perché non potevo allattarla quanto e come volevo.


Ma non volevo cedere e su consiglio del mio compagno, che non mi ha mai abbandonata nemmeno un secondo sopportando ansie e paure di ogni tipo, ho chiesto aiuto al consultorio dove sapevo che ogni venerdì si riuniva un gruppo di neomamme seguite da un'ostetrica.

Lì ho trovato una sorta di mondo parallelo. Non ero sola! E soprattutto non ero l'unica ad esser stata instradata, senza remore e senza alcuna delicatezza, verso il latte artificiale.

Ho raccontato la mia esperienza, ho versato qualche lacrima liberatoria e ho capito che con testardaggine e tanta buona volontà potevo tornare all'allattamento esclusivo. Tornata a casa non sono riuscita ad abbandonare quel biberon immediatamente, avevo paura che Emma patisse la fame. Però ho diminuito drasticamente e nel giro di una settimana siamo tornate alla sola tetta.

Una delle soddisfazioni più grandi fu tornare dalla pediatra dopo un paio di settimane e sentirsi dire:

"Vede come cresce bene? Glielo avevo detto che era necessaria l'aggiunta!"

E rispondere con un sorriso indescrivibile: "Non le sto dando nessuna aggiunta. Emma cresce con il latte di mamma".

Il passo successivo fu quello di cambiare pediatra.


Intanto la tetta continuava ad essere il grande amore della mia piccola peste.

Notte e giorno, giorno e notte ad ogni ora e senza mai contare minuti, intervalli e millilitri assimilati.

Il lettino con le sbarre è rimasto solo e abbandonato in un angolo della camera da letto, mentre Emma dorme appiccicata alla tetta tra la sua mamma e il suo papà, con risvegli multipli per ciucciare quando vuole.

Il bello è che a noi tutto questo piace da morire, alla faccia di chi ci consiglia di abituarla a dormire da sola altrimenti si vizia.


Quel vizio è il nostro vizio più bello e vogliamo che duri il più a lungo possibile, anche se il latte ormai non è certo il suo unico nutrimento visto che con dieci denti e tutto l'appetito che ha, ormai mangia con noi a tavola qualsiasi cosa le offriamo.


Perché la tetta non è solo cibo. La tetta è salute, gioco, coccola, amore. Per noi è così da un anno e sedici giorni.

E continuerà ad esserlo finché Emma lo vorrà. Senza costrizioni, senza limiti, senza imposizioni.

Mamma Francesca

13 mesi di Amore Liquido

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