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attento a non cadere1Le parole che rivolgiamo alle nostre figlie e ai nostri figli diventano parte della loro voce interiore.

Noi genitori, noi adulti che abbiamo l’onore di accompagnare la crescita, siamo una guida fondamentale, siamo dei Virgilio di dantesca memoria, dei “magistrer” con un significato più ampio, ossia Guide che danno risorse di Vita (pratica, emozionale, spirituale,…).

Il nostro agire, le nostre parole sono come il cemento che crea unione tra i mattoni della struttura portante dell’identità.

 

Gli studi sui neuroni specchio hanno dimostrato che la nostra capacità di agire come soggetti individuali e sociali, di Sentirci e Vederci (competenti, abili, degni,…) pone le basi nella sintonia affettiva e hanno messa in luce la funzione della Presenza (qualitativa) genitoriale, come fondamento fisiologico dell’ opinione che una persona ha di sé.

Nel corso della crescita questa percezione muta,nel senso che si adatta e si evolve con noi: in senso armonico e valorizzante, se ne abbiamo le risorse.

I primi anni di vita seminano la tipologia e la qualità di queste risorse.

L’amore genitoriale è immenso!

Vogliamo il meglio per le nostre figlie e i nostri figli, vogliamo proteggerle/i, vogliamo prenderci cura di loro… perché non iniziare anche dalla scelta delle parole?

 

“Attento/a che cadi”

“Faccio io, non sei capace”

“Se cadi, vedi…”

 

Sono alcune delle frasi più frequenti che non solo rivolgiamo loro, ma che ci sono state rivolte in prima persona durante la nostra infanzia.

Fanno, per certi versi, parte del nostro sostrato pedagogico.

 

Connettiamoci con queste espressioni:

Come ci fanno sentire?

Quali immagini portano alla memoria?

Forse ci ricordano qualche specifico episodio della nostra vita?

Come ci eravamo sentiti?

Di cosa, invece, avremmo avuto bisogno?

In quale punto del nostro corpo le sentiamo risuonare? Forse nella bocca dello stomaco? All’altezza del cuore? In gola?

Prendiamo un attimo di tempo per abbracciare quel/la bambino/a che siamo stati e rivolgiamole/gli quelle parole che avremmo voluto sentire, quel gesto che avremmo avuto bisogno di ricevere.

Sentiamo se e come si modifica la sensazione corporea.

Piano piano ritorniamo a noi, nel qui ed ora, e analizziamo insieme queste espressioni e il loro impatto.

Prima di tutto, quando usiamo la negazione in applicazioni mentali (non pratiche), per esempio “non cadere”  si attiva un’area del cervello, la cosiddetta area di Wernicke, responsabile della comprensione dei messaggi che il cervello riceve e si innesta un doppio processo: i dati di laboratorio dimostrano che quando un soggetto riceve un comando negativo è nettamente più lento nell’esecuzione del comando di quando riceve un comando positivo, perché la corteccia premotoria (che predispone le esecuzioni fisiche da parte del corpo) deve elaborare il significato del comando prima di passarlo alla corteccia motoria (quella che, poi, esegue le indicazioni). In sintesi: quando il cervello riceve un comando negativo, prima deve “tradurlo”, poi lo esegue - sempre che sia chiaro e univoco. Il che porta a un rallentamento delle funzioni cognitive e motorie. 

In poche parole se il nostro reale obiettivo è quello di proteggere e dare strumenti utili,  è importante essere diretti, precisi, motivanti e quindi efficaci.

Togliendo il “Non” a “attento/a a non cadere”, cosa rimane? Un invito accalorato a cadere! L’immagine che ci arriva, in effetti, è proprio quella di una persona maldestra, goffa, inetta.

Proviamo quindi a sostituire la frase con un “Mantieni l’equilibrio” o un “Sii presente nei tuoi piedi”. L’immagine che sboccia è quella di equilibrio, stabilità, connessione, concentrazione; elementi e caratteristiche tipiche di una persona competente, capace, centrata.

Vogliamo che le nostre figlie e i nostri figli sperimentino e vivano i loro tentativi e i feedback della crescita e della vita, sentendosi (considerati come) individui maldestri e inetti o competenti e capaci?

Lo stesso discorso vale per la risposta  “Non è niente” data quando il bambino/la bambina piange.

Il messaggio (diretto e inconscio) è ciò che sta provando non è nulla, non conta nulla.  E’ un invito a rifiutare quelle emozioni e sopprimerle.

E’ disconfermante.

L’intento di rassicurare può essere dato riconoscendo il fatto:

“Sei caduto/a! Provi dolore?”  “Ti sei spaventata/o?”,

chiedendo conferma e contemporaneamente dando un nome alle emozioni (disagio, sofferenza, smarrimento, fastidio, esasperazione, frustrazione,…) e ai bisogni (di rassicurazione, di scoprire, sicurezza, conforto,…).

Noi genitori di oggi siamo spesso sottoposti a giudizi e pressanti che ci risucchiano come vampiri energetici. Questa dinamica stordisce a tal punto da indurre a “militare”tra gli estremi del permissivismo e della coercizione. Esiste una terza via, quella del genitore empatico.

Tramite essa, si esce da una relazione educativa/genitoriale basata sul braccio di ferro e da una  basata su caotiche inversioni di responsabilità e deleghe, per settarsi sulla connessione e sul rispetto reciproco.

La conseguenza diretta (a breve e a lunghissimo termine) è quella di supportare la crescita di persone centrate, equilibrate e in armonia.

 

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