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il piccolo guerriero di CarmenUn anno e mezzo fa non avrei mai immaginato che oggi sarei stata qui a parlare di allattamento.

Quando aspettavo mio figlio Francesco pensavo che mi sarebbe piaciuto poterlo allattare, ma avendo ascoltato i racconti di mia madre sulle sue difficoltà e la conseguente rinuncia all'allattamento per il biberon, pensavo che sarebbe toccato anche a me lo stesso destino.

Dopo aver trascorso una gravidanza serena, purtroppo il mio parto si è rivelato come l'esperienza può traumatica della mia vita. Solo successivamente ho capito di aver agito con superficialità e di aver letteralmente consegnato la mia vita nelle mani della ginecologa, fidandomi ciecamente di lei, senza prendere le dovute informazioni.

 

Parto indotto, scollamento delle membrane, manovra di kristeller, episiotomia e la costante sensazione di avvilimento dovuta alla mancanza di tatto e competenza di tutto il personale medico. Umiliata e derisa per tutto il tempo.

Ho potuto stringere tra le braccia mio figlio per pochi minuti prima che lo portassero via, e quelli sono stati in assoluto i più belli della mia vita.

Ero come sospesa, il tempo e lo spazio si erano fermati, non sentivo più alcun dolore, finalmente. Purtroppo quelle sensazioni svanirono presto appena  tornai nella mia stanza, dove passai la notte separata da mio figlio, per la prima volta dopo 9 mesi.

Ricordo perfettamente che non riuscii a chiudere occhio per i dolori, che mano a mano si facevano sempre più insopportabili anche perché dalla mia stanza sentivo piangere incessante un bambino. Non seppi mai se era mio figlio. Nessuno venne quella notte, nonostante provai più volte a chiamare qualcuno.

Il giorno seguente mi portarono mio figlio nella stanza e provai ad attaccarlo al seno. Non c'era verso.

Ricordo il mio seno enorme rispetto alla sua piccola testolina. Il capezzolo grande e scuro trovava sempre la sua bocca serrata. Finalmente il mio fagottino dormiva beato tra le mie braccia. Ma ancora una volta qualcosa venne a separarci. Di sera ebbi una terribile notizia. Mio figlio doveva essere ricoverato d'urgenza in un altro ospedale, in terapia intensiva neonatale perché avevano trovato valori alterati nelle analisi. Sospettavano un'infezione da streptococco. Alla notizia mi si gelò il sangue nelle vene.

Me lo portavano di nuovo via e chissà per quanto tempo.

Cominciò così la nostra avventura, quella mia e di mio marito, in tin. Per fortuna durò soltanto 10 giorni, ma sembrarono interminabili.

Eravamo angosciati per lui e la cosa che più ci logorava era il fatto di poter stare col nostro piccolo non più di 2 ore al giorno.

In quei giorni mi tiravo il latte, correvamo tra i reparti tra colloqui ed esami e a peggiorare il tutto avevo ancora i postumi del parto. In particolare la ferita mi tirava ed io non riuscivo nemmeno a sedermi. Il tragitto in macchina era uno strazio. Finalmente arrivò il giorno delle dimissioni di Francesco.

Nella sua cartella clinica mi consigliavano il latte formulato da somministrargli, lo stesso che prendeva lì.

A casa decisi di non darglielo, decisa che il mio latte sarebbe stato sufficiente e migliore. Al controllo pediatrico, dal dottore di famiglia, ebbi un altro scossone. Francesco aveva perso peso. Il mio latte non solo non andava bene, ma il pediatra mi disse che non ne avevo.

Mi fece fare la doppia pesata e mi palpò il seno per dimostrarmi che, visto che era vuoto, non c'era latte. Mi prescrisse il latte in formula e la pillola per mandare via, a suo dire, residui di latte,  dicendomi che se non lo facevo sarei potuta incorrere in una mastite o cisti da asportare poi chirurgicamente.

Per il latte non avrei dovuto colpevolizzarmi visto che il 90% delle donne non ne ha, a causa dello stress. Lo shock fu tremendo. Ricordo bene le mie sensazioni dopo quella visita. Vulnerabile e affaticata com'ero crollai in un pianto inconsolabile. Nemmeno mio marito riusciva a tirarmi su, nonostante i suoi modi teneri e gentili,  mi diceva di non dovermi preoccupare perché non era questo che avrebbe fatto di me una cattiva madre. Io invece non ne volevo sapere. Mi sentivo mortificata, annullata come madre, perché sapevo che non avrei potuto nutrire mio figlio con il mio latte.

Chiunque avrebbe potuto sostituirmi e dargli il biberon. Fu in quel momento che raccolsi le mie forze e capì quanto per me fosse vitale allattare. Non andai più da quel ciarlatano e non lo ascoltai. Questa è in sintesi la mia esperienza.
 
Io ce l'ho fatta, nonostante avessi davvero tutto contro, ma tante mamme non ce la fanno. È per questo che sono qui, per imparare come essere di aiuto, per mettere la mia esperienza e le mie conoscenze a disposizione di tutte affinché non accada mai più che una mamma possa sentirsi sola e mortificata come me. Ci vuole più informazione, quella corretta però e più coesione tra noi donne. Fare rete è fondamentale. Solo così possiamo diventare più forti e far rispettare i nostri diritti. Io ce l'ho fatta perché ho dato ascolto al mio istinto, ma soprattutto ho ascoltato mio figlio. Il mio guerriero. Lui ha lottato insieme a me. Ha voluto a tutto i costi il mio latte e non ha intenzione di smettere!
 
 
 
 
Carmen
 
 
 
 
Milena è una Mamma alla Pari/ Peer Supporter Allattamento in formazione
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