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premat17 Novembre, Giornata Mondiale della Prematurità

In questa occasione, abbiamo avuto il piacere e l’onore di intervistare Elena Balsamo, Pediatra, scrittrice e formatrice. Inutile dire che le sue parole rappresentano per noi cura, sostegno, calore… umanità. Dedicando questa intervista ai più piccoli e ai loro incredibili genitori, vi auguriamo una buona lettura.

“Nato prima del tempo”, un libro sulla prematurità, rivolto a genitori ma anche a operatori…un libro dalla parte dei bambini. Ce ne puoi parlare ?

“Nato prima del tempo” è il mio libro più sofferto perché parla di un capitolo difficile della mia vita: quello della prematurità.  L’ho scritto inizialmente per rispondere a una richiesta dell’editrice, ma mi sono ben presto resa conto che per me rappresentava la possibilità di trasformare il trauma in dono per altri, altri che avevano vissuto la stessa esperienza.

 

Volevo dare ai genitori e agli operatori una visione diversa del neonato pretermine, non medica ma umana: far comprendere cosa vive e prova un bambino che nasce prima del tempo. Ho cercato cioè di farmi portavoce e interprete del neonato prematuro e ho potuto farlo grazie ad un lavoro su di me, di elaborazione del mio personale vissuto.

Ho voluto poi raccogliere anche testimonianze di neonatologi e di genitori per rendere il testo “corale”, a più voci…

Quindi qual è il vissuto di un bambino prematuro ? Ce lo puoi riassumere ?

E che ripercussioni ha nella vita adulta ?

Ci sono molti elementi che entrano in gioco in una nascita prematura: spesso essa avviene in seguito ad un trauma o ad esempio, come nel mio caso, al riaffiorare di una memoria dolorosa della madre (quale l’anniversario del lutto di un precedente bambino) per cui il piccolo fugge da un utero che è diventato inquinato da emozioni come tristezza, rabbia e paura.  Ma nascendo prematuramente si priva di quel tempo che sarebbe stato necessario per completare l’accrescimento o anche semplicemente per godersi il tepore e l’abbraccio dell’utero: insomma gli manca un pezzo… Poi, appena nato, anziché incontrare il corpo caldo della mamma, viene rinchiuso in una fredda incubatrice, una specie di cella d’isolamento che lo protegge sì ma lo isola anche dal mondo e lo fa vivere in una condizione di deprivazione sensoriale: nessun tocco, nessun suono se non i bip delle strumentazioni mediche, niente calore umano, la puntura dell’ago al posto della carezza, il sondino o la bottiglia di plastica anziché il seno. E magari in quella scatola di vetro e di metallo sta rinchiuso per un mese intero o anche più, un tempo infinito per un neonato… che lui passa a volte lottando per sopravvivere, a volte rischiando di morire. E’ difficile credo capire per chi non ha provato, ma è una esperienza angosciante e devastante per un bambino così piccolo, perché si ritrova completamente solo nel dolore. Solo e impotente.

Le ripercussioni sono diverse: quando crescerà questo bambino potrà essere diffidente, non aspettarsi molto dagli altri e dal mondo, da cui non si è sentito accolto come avrebbe voluto.

Potrà avvertire un’esigenza incolmabile di contatto e di affetto, quello che non ha ricevuto al momento giusto, quando ne aveva più bisogno. Potrà sentirsi impotente e aspettare che la soluzione dei suoi problemi arrivi dagli altri, così come nell’incubatrice aspettava che qualcuno lo tirasse fuori… Potrà avere problemi nel percepire il suo corpo – vissuto come fonte di sofferenza e non di gioia – nel riconoscere i suoi confini e quindi essere portato a lasciarsi invadere. Facilmente poi sarà un bambino frettoloso, sempre in anticipo sui tempi e che non sa aspettare… Queste comunque sono caratteristiche generali  perchè ogni bambino risponde al trauma in un modo tutto suo, individuale, che dipende dalla sua storia: c’è chi lo sopporta meglio e chi invece fa più fatica…

In che modo si può recuperare quella ferita?  Ci puoi dire anche qualche parola di speranza e di fiducia a riguardo ?

Tutto si può recuperare e trasformare, questo non bisogna dimenticarlo mai! I bambini in particolare sono estremamente resilienti e flessibili…. Innanzitutto è importante l’accoglienza da parte dei genitori una volta a casa: tenere il piccolo il più possibile a contatto pelle-pelle ma senza forzarlo mai. Il massaggio può essere molto utile, ma dev’essere delicatissimo e breve e può essere offerto solo se il bambino mostra di gradirlo.

Anche i Fiori di Bach possono essere di grande aiuto. Poi crescendo è bene proporre al piccolo molti giochi che lo aiutino a percepire il corpo e a radicarsi: manipolazione dell’argilla, camminate a piedi nudi su diversi tipi di terreno, nuoto… Da grandi poi a volte toccherà ai prematuri andare a rivisitare la ferita ed elaborarla per chiuderla definitivamente.

Ma per concludere, voglio lasciare un messaggio di conforto e di speranza: i piccoli Kirikù – come li chiamo io – dentro di sé conservano una forza senza paragoni. Chi sopravvive alla tempesta e all’uragano ha tempra d’acciaio e cuore di diamante: diventa un cristallo, fragile e forte insieme. Ha la potenza del seme, del germoglio che buca il terreno e si fa strada nelle fessure tra le rocce dei pascoli d’alta quota. E’ come il larice, dolce e aggraziato ma che resiste al gelo.

E’ come l’aquila che vola in alto nel cielo e vede ciò che alla gente sfugge. Perché chi è nato prima è sempre un passo avanti agli altri, anche se a volte per recuperare il tempo perduto reclama di procedere con calma. Detesta la fretta imposta. Datemi tempo, sembra dire…quello che non ho avuto… Datemi il nido che mi è mancato, la morbidezza e il calore che tanto avrei voluto…

Ma chi lo sa capire ?

Forse solo chi è come lui, chi ha vissuto le sue stesse pene.

Intervista a Elena Balsamo, a cura di Laura Capossele.

17 Novembre 2018

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