lanascitatralemani 700x244

 

Parto e PrivacyL’articolo 12 della Dichiarazione Universale dei diritti Umani recita così:
"Nessun individuo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa,  nella sua corrispondenza, né a lesione del suo onore e della sua reputazione. Ogni individuo ha diritto ad essere tutelato  dalla legge contro tali interferenze o lesioni."
Siamo in presenza di un diritto particolarmente complesso, difficile ed esigente per una molteplicità di ragioni. Innanzitutto  perché, coinvolgendo onore e reputazione, tocca la sfera più intima e sensibile della dignità umana.


Allo stesso tempo, la sua protezione e la stessa interpretazione dei suoi contenuti deve confrontarsi con l’evoluzione di una  tecnologia sempre più pervasiva e invasiva.

L’articolo 12 della Dichiarazione universale menziona luoghi ed ambiti in cui il diritto alla riservatezza deve essere particolarmente garantito: famiglia, casa, corrispondenza.
I concetti di “casa” e “famiglia” sono da adattare alle situazioni e, senza snaturarne la portata, necessitano di un'interpretazione elastica propria di un momento così intimo, come il dare e il venire alla luce.
Dobbiamo tenere in considerazione che fino a mezzo secolo fa la nascita e il parto avvenivano in contesti intimi e domestici e che, a partire dal dopoguerra, è avvenuta una sorta di trasferimento e di delega.
Questo mutamento di sfera contestuale non ha i requisiti per deformare gli elementi che, per natura mammifera, sono alla base dell’evento.
Il diritto alla privacy protegge la capacità di ogni persona di prendere le proprie decisioni riguardo alla sessualità, alla riproduzione e alla famiglia senza interferenze da parte delle autorità statali.
Il diritto alla privacy richiede che il sistema legale e quello sanitario tutelino e supportino direttamente le scelte che riguardano la salute riproduttiva, senza imporre restrizioni o limiti basati su prassi astratte, giudizi morali o preferenze di altre persone.
La sensazione di sicurezza ed intimità è basilare nel parto, per la sua stessa sicurezza!
Una donna che non si sente a suo agio innesta meccanismi ormonali (quali l’emissione di adrenalina) che danno vita a complicazioni. Spesso si fa il ragionamento inverso : si è indotti a pensare che, se non fosse stata per l’équipe medica, quelle complicazioni sarebbero state fatali.
Pur non volendo assolutamente generalizzare (ci sono davvero casi in cui l’intervento medico è fondamentale in quest’ottica), spesso si tralascia di pensare che parte di quelle complicazioni sorgono laddove la privacy della donna non è stata rispettata.
Pensiamo al riflesso di eiezione del feto (Michel Odent, La funzione degli orgasmi), ossia a quel meccanismo che accompagna la nascita del bambino a seguito di una serie di contrazioni irresistibili, che non lasciano spazio ad alcun movimento volontario. In tali circostanze è evidente che la neocorteccia, la parte del cervello preposta all’attività intellettiva, si è messa a riposo e non controlla più le strutture arcaiche del cervello che regolano le funzioni vitali, come il parto.
L'inibizione di queste dinamiche tramite la violazione della privacy della donna è un fenomeno ancora troppo frequente, quanto grave.
Luci accese, commenti inopportuni, posizioni innaturali, manovre invasive, andirivieni irriguardosi...
Puntuale e centrata è la testimonianza di Gabriella Pacini, ostetrica e presidente di Freedom For Birth Rome Action Group, la quale ci permette di comprendere come questa violazione sia più attuale di quanto vogliamo concederci.
"Sono ostetrica dal 1997 e quando ho iniziato ad assistere i parti, nel grande policlinico romano dove studiavo, appena una donna arrivava in travaglio le facevamo subito la depilazione e il clistere, non le permettevamo di avere nessuno accanto durante il travaglio e il parto, non le permettevamo di alzarsi e muoversi liberamente o scegliere una posizione per il parto – magari accovacciata, per aiutarsi con la forza di gravità – ma la costringevamo a stare sdraiata sulla schiena in una posizione senz’altro più faticosa e dolorosa per lei. Non le lasciavamo neanche bere un po’ d’acqua, ma le mettevamo una flebo per idratarla. Non poteva andare al bagno ma portavamo noi una padella. Il più delle volte dilatavamo il collo dell’utero con le dita, una pratica molto dolorosa e anche dannosa. Al parto poi le gambe venivano legate al lettino, all’altezza delle cosce, con delle cinte di cuoio e, con una potente spinta sulla pancia e un ampio taglio alla vagina, tra le urla della madre, la creatura finalmente nasceva. Se invece queste pratiche non funzionavano – e capitava spesso che una donna sottoposta a quel supplizio non riuscisse a partorire – allora si andava di là in sala operatoria e le veniva praticato un taglio cesareo.
A prescindere dal tipo di parto comunque madre e bambina/o venivano immediatamente separati e per i genitori non era possibile vedere il bambino se non ad orari decisi dall’ospedale. Le donne che facevano il taglio cesareo in particolare soffrivano molto di questo, perché nessuno portava loro la creatura e, quasi sempre finiva che vedevano il bambino per la prima volta dopo 3 lunghissimi giorni, semplicemente perché il nido era al piano di sotto e da sole non riuscivano a scendere dopo l’operazione.
Tutte queste pratiche che ho descritto sono molto dolorose e, se praticate di routine senza una precisa indicazione, sono anche dannose per la salute di madre e persona che nasce. Alcune, come legare le gambe, sono diventate molto rare anche se non sono completamente scomparse e oggi le donne possono, in moltissimi ospedali, avere una persona con se durante il travaglio e il parto. Ma tante altre pratiche, come ad esempio la posizione del parto, rottura del sacco amniotico, la separazione dal bambino/a che viene portato al nido immediatamente dopo la nascita, e il taglio alla vagina (episiotomia), sono ancora molto comuni nella maggior parte degli ospedali. Siamo riuscite a vedere riconosciuti molti nostri diritti e la condizione delle donne è molto cambiata negli ultimi 40 anni."
La condizione è cambiata, l’evoluzione è ancora in corso. Il mutamento ha ragione di partire dall’intero sostrato sociale, di cui l’ordinamento giuridico si fa portavoce. Lasciare che la spersonalizzazione sociale e medica prendano il sopravvento, significa violare questo diritto e fare in modo che si creino situazioni estremamente pericolose anche per il benessere umano. Una non-cultura (sociale, giuridica, etc) del parto dà vita ad una sorta inettutine umana.
Una madre che si ritrovi a pensare alla nascita come un intervento, che si presenti in ospedale pronta a far si che la facciano partorire, è una donna che (salvo meccanismi biologici non scontati, dato il contesto) tenderà a porsi in modo passivo, per nulla competente o partecipe. Sarà molto probabilmente una partoriente che non avrà bisogno di privacy, che accoglierà la medicalizzazione e che statisticamente potrà andare incontro all’inerzia uterina (assenza di percezione del corpo e del meccanismo delle spinte da contrazione).
Ma a che prezzo?
Diritti violati, benessere compresso..
Esistono mezzi per ovviare
Le madri hanno accesso ad informazioni e strumenti culturali e formali (quali il piano del parto e non solo)
Gli operatori sanitari possono disporre facilmente delle ricerche più aggiornate su questo tema
L’ordinamento può agire offrendo una tutela efficace e sostanziale, tramite le varie fonti normative, la giurisprudenza e la dottrina.
Ognuno di noi ha un ruolo in tutto ciò.
Afferma la Carta di Ottawa: "ci impegniamo a riconoscere le persone stesse come la maggiore risorsa per la salute". Grazie a questa prospettiva è possibile immaginare e realizzare una medicina centrata sulla persona, basata sul concetto di partnership, che vede la persona quale protagonista attiva del processo di tutela della propria salute e partecipe delle scelte terapeutiche.
L'Approccio Centrato sulla Persona (fondato da Carl R. Rogers) sostiene che le persone siano naturalmente dotate di una tendenza che le porti verso la realizzazione delle proprie potenzialità positive, compito di chi ha un ruolo di cura o di assistenza è quello di creare le condizioni facilitanti che consentano a questa tendenza di esprimersi pienamente. Ciò sta a significare che possiamo ragionevolmente aspettarci che la gran parte delle donne che ricevono corrette informazioni e una assistenza rispettosa, farà scelte che vanno nella direzione della salute propria e della persona che nasce.

FacebookTwitterGoogle Bookmarks