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placenta“Tutte le nascite sono gemellari. Nessuno viene al mondo senza accompagnatore o scorta”. Sloterdijk

Sin dalle origini, rituali hanno accompagnato l'accoglienza della placenta nel mondo extrauterino.

Gli egizi mummificavano la placenta del faraone e hanno lasciato testimonianze iconografiche di processioni per venerarla. I coreani la cremavano.

Tutte le civiltà l’hanno considerata un ponte fra umano e divino.

 

Lo sviluppo della "civiltà razionale" ha spazzato via gran parte di questa simbologia e della sua connotazione.

Attualmente essa è per lo più trattata come rifiuto sanitario (vedasi normativa afferente), lasciata solo in pochi casi alla disponibilità della madre.

Alcune di quelle poche mamme raccontano di averla seppellita per restituirla alla terra madre.

Altre l'hanno assunta come fonte nutritiva.

Radice originaria dell'incarnazione, accompagna l'impianto saldo e senza violenza del bambino in seno alla terra, in seno alla famiglia.

A prescindere dal modo in cui si intenda prendersene cura,

non sono pochi gli ostacoli al primo passaggio :

"Posso avere la mia placenta?"

Non tutti gli ospedali prevedono di routine di restituirla alla donna.

In alcuni casi, la richiesta viene respinta in virtù dei protocolli.

Gli ostacoli giuridici sono particolari.

Infatti, se dal punto di vista costituzionale (artt. 13, 2, 32) e di normativa primaria (leggi 480/78 e 833/78) è pacifico che la placenta e la disponibilità della medesima siano della donna, ci ritroviamo successivamente invischiati in problematiche collegate con la dottrina medica.

In Italia, infatti, la scienza medica ufficiale non ha ancora riconosciuto il potere creativo e curativo della medesima.

In particolare, il dato normativo sui cui potrebbe fare leva il rifiuto della struttura ospedaliera è il decreto ministeriale 2.09.1998 il cui articolo 1 vieta l’utilizzo dei derivati da placenta di origine umana, per la produzione di medicinali ad uso umano.

In realtà si tratta di un dato manipolato, in quanto la normativa (che tra l'altro non prevede sanzioni!) fa riferimento ai casi di "reato cd proprio" che riguardano, appunto, soggetti con particolari qualifiche (addetti di industrie farmaceutiche, etc) e non i singoli privati; o è interpretabile come riferimento ai casi di "dolo specifico" in cui si attua un determinato fine in violazione di una legge (banalmente possiamo pensare all'esempio del farmacista che la tenga per farne medicinali ed unguenti da vendere). Se poi consideriamo che la scienza medica ufficiale italiana non riconosce alcun potere farmacologi alla placenta (in qualunque formato), è ancora più ovvio che non si potrebbe commettere reato e che la disposizione non può applicarsi come argomentazione per rifiutare la restituzione della placenta alla partoriente.

Altro dettato normativo afferente è il D.P.R. 254/2003 il quale disciplina la gestione dei rifiuti sanitari, classificandoli in 7 categorie.

La questione non è così semplice. Se proprio fossimo costretti a inserire la placenta in una di quelle 7 categorie, essa rientrerebbe nel punto G che parla di rifiuti speciali prodotti al di fuori di strutture sanitarie che, come rischio, risultino analoghi a rifiuti pericolosi a rischio infettivo. In particolare la sottocategoria di cui alla lettera d) ovvero rifiuti sanitari pericolosi a rischio infettivo al  numero 2 b) e2b1) 2b3) definisce così i rifiuti che siano contaminati da sangue o altri liquidi biologici che contengono sangue in quantità tale da essere visibile ovvero 2b3) liquido seminale […] o liquido amniotico.

Per questi tipi di rifiuti è previsto lo smaltimento con termodistruzione.

Tuttavia, leggiamo attentamente il testo

e in particolare i termini: "a rischio infettivo".

Ora, è evidente che nel caso di una donna e di un bambino sano, non ci sia nessun elemento che possa esser dichiarato infettivo.

Se poi consideriamo che la normativa è nata a tutela dell'ambiente (anche a livello prettamente spicciolo, per eliminare la loro presenza dalla discarica) e che l'art. 6 dello stesso decreto definisce "Rifiuto" ogni sostanza od oggetto (rientrante nell'elenco indicato nella normativa) di cui la persona decide di disfarsi (sottolineano : la persona decide - vuole! - disfarsene) o ne abbia l'obbligo (e qui ritorniamo al dato della pericolosità oggettiva per reale rischio infettivo), risulta lampante che ogni placenta di ogni diade mamma-bambino sana, se la mamma lo desidera, può (ha il diritto) di tornare nelle sue mani.

In termini giuridici, possiamo quindi dire che la donna che ha partorito è proprietaria e produttrice della placenta e quindi può ritirare la placenta sana,diventando gestrice della medesima, senza incorrere in alcuna violazione penale o amministrativa, come tale, quindi, informata delle attenzioni che deve adottare (ossia per scopi privati e puramente auto-terapeutici).

In merito, poi alla Nascita Lotus, agli elementi di diritto, possiamo aggiungere quelli scientifici.

A tal riguardo, citiamo Niccolò Giovannini in "Nuove frontiere: il ritorno al sangue feto-neonatale" (1)

 "Tra le acquisizioni più sorprendenti e recenti vi è la persistenza del flusso cordonale misurata tramite tecnica Doppler lungo il cordone nonostante

la cessazione della sua pulsazione (2). In qualche modo tale riscontro rende più avvicinabile un confronto scientifico alla pratica del lotus birth."  

 

Far chiarezza su questi punti può esser utile per aprire un dialogo con la struttura e approfondire il discorso, andando al di là del muro di silenzio e di disagio della parola "Protocollo".

In altre parole, apre la via alla comunicazione serena e efficace.

Si tratta di una risorsa endogena, "appartiene alla mamma e al bambino che l'hanno creata in due per essere uno" [Verena Schmid].

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(1) Niccolò Giovannini, Nuove frontiere: il ritorno al sangue feto-neonatale: https://www.academia.edu/26172792/Nuove_frontiere_il_ritorno_al_sangue_feto-neonatale

(2) Boere I, Roest AA, Wallace E, Ten Harkel AD, Haak MC, Morley CJ, Hooper SB, Te Pas AB, Umbilical bloodflow patterns directly after birth before delayed cord clamping, Arch Dis Child Fetal Neonatal Ed. 2015 Mar;100(2):F121-5

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