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nascita autorizzataLa gravidanza e il parto rappresentano uno di quei rari frangenti in cui si permette ad altri adulti di dirci cosa siamo “autorizzate” e cosa “non siamo autorizzate” a fare, col nostro corpo.

E’ giunta l’ora di cambiare il linguaggio che alimenta questa dinamica e riflettere sulla realtà etica e giuridica sottostante: è la donna che sceglie di autorizzare il/la professionista a fare qualcosa – e non il contrario –.  

E' utile iniziare ad eliminare parole ed espressioni che non ha ragione d’essere tra persone che collaborano per il benessere e la cura.

Sentiamo, in modo costante e regolare, espressioni come “autorizzare” e “permettere”  da parte del cerchio di professioniste/i, famigliari e anche dalle stesse donne incinta.

Ci viene detto se siamo o meno autorizzate a prendere subito in braccio la nostra bambina/il nostro bambino, a seconda del tipo di struttura ospedaliera e dai membri dello staff presenti in quel dato turno.  In sostanza ci si trova nella posizione di domandare se si può tenere in braccio o allattare o… il proprio bambino /la propria bambina a coloro che noi stesse abbiamo scelto per supportarci. Ma chi autorizza loro?

Questa costante linguistica è presente anche nelle risorse medico-scientifiche.

Prendiamo, per esempio, il Consensus elaborato con la Society for Maternal-Fetal Medicine per abbassare il tasso dei cesarei che l'ACOG (American Congress of Obstetricians and Gynecologists) ha pubblicato nel marzo 2014:

 “Alle donne con una gravidanza a basso rischio dovrebbe essere consentito di vivere il travaglio per il maggiore tempo possibile, in modo da ridurre il rischio di cesarei non necessari”  

O ancora:

“Questo può significare che la paziente è autorizzata a  travagliare per più tempo, a spingere per più tempo. Consentiamo alle paziente di prendersi maggiore tempo nel processo naturale” (CBS News Philadelphia)

Troviamo il medesimo registro comunicativo (in modo più o meno esplicito) nella maggioranza dei documenti e delle espressioni attinenti alla gravidanza e al parto.  

Le domande che sorgono sono molte e concatenate.

E' etico e giuridicamente fondato “autorizzare” le donne?

Non viola forse il loro diritto (quel diritto riconosciuto ad ogni persona) alla salute e all'autodeterminazione?

E, ancora, qual è l’impatto della delegittimazione della competenza della donna sugli esiti del parto, dell’attaccamento, dell’accudimento e della salute materna e infantile a medio-lungo termine? 

Non sono questioni retoriche né astratte.

L'Italia ha attualmente un tasso nazionale di T.C. del 36,3%(dati Istat per il 2013), con un gradiente Nord- Sud ed Isole, che vede i valori più elevati di TC in Campania (62,20%), Molise (45,43%) e Sicilia (43,92%). Il valore minimo si registra in Friuli Venezia Giulia (23,92%) - a fronte del fatto che l'Organizzazione mondiale della sanità raccomanda un tasso non superiore al 10%. Le pratiche eseguite di routine non conformi alle evidenze e non soppesate da uno specifico rapporto rischi-benefici inducono a riflettere sull’effettiva applicazione del “miglior interesse” nelle opzioni terapeutiche proposte e sul rispetto del consenso informato (la cui maturazione deve basarsi su informazioni chiare, complete e comprensibili).

Quotidianamente molte donne, durante il parto, non vengono autorizzate a bere, mangiare, a mettersi nella posizione che preferiscono.

Ogni giorno molte diadi, nelle prime ore fondamentali che seguono il parto, non vengono autorizzate (nei fatti e a parole) a stare insieme. Molte neomamme non  si sentono legittimate a bussare al nido pediatrico o si vedono delegittimare quella richiesta.

Si tratta di un approccio che manca di ogni rispetto e si pone in linea con un processo di paternalizzazione/maternalizzazione comunicativa: si sta parlando in modo autoritario alla parte bambina, non a quella adulta.

Si tratta di un’impostazione spesso subdola perché non sempre è accompagnata da un tono arrogante. Spesso infatti prende vita da un tono materno “Su mammina, attaccala al seno 15 minuti così controlliamo se possiamo mandarvi a casa”  o "Su, su, mammina, basta che tuo figlio stia bene" in risposta alla sua richiesta di non ricevere interferenze.

Frasi del genere non solo sono prive di empatia, rispetto e etica ma continuano a perpetrare una visione distorta (e assolutamente non fisiologica) della maternità!

L’empowerment e la competenza materna vengono totalmente calpestate.

E' l'ennesimo rinforzo di una visione culturale della donna come oggettivo passivo, non pienamente legittimata a disporre del proprio corpo né portavoce della propria bambina/del proprio bambino e della diade, con una minore capacità decisionale rispetto a coloro che lei ha scelto nell’assistenza.

E’ giunto il momento di cambiare. La Nascita è un bel punto da cui partire.

Le parole hanno potere che possiamo indirizzare, a partire da semplici azioni come non stare in silenzio quando sentiamo questo approccio linguistico nelle conversazioni. Dire qualcosa, anche solo un piccolo cenno. Con rispetto ed empatia, si può dire tutto, non lasciamo che questa eredità continui a tramandarsi, inosservata.

Fallo con gentilezza e risolutezza. La maggioranza delle persone sta solo ripetendo qualcosa di comunemente accettato senza probabilmente essersi mai fermata a pensarci su. Sii come l’acqua che circonda la pietra che incontra sul suo passaggio: informa, rompi una routine mentale e linguistica, informa…senza imporre e convincere. Non ci sono salvatrici/salvatori, stiamo tutte/i facendo del nostro meglio.

Scegli con cura e attenzione a chi vuoi concedere l’onore di fare un pezzo di cammino con voi durante la vostra gravidanza e la vostra Nascita. Se senti questo tipo di linguaggio durante la gravidanza, è plausibile che lo sentirai durante il parto e questo può essere un problema. Non puoi agire come Madre, quando sei trattata come una bambina.

Il tuo partner/la tua partner ha un ruolo importante. Durante il parto le energie materne sono canalizzate nel potente processo della Nascita, tant’è che anche le donne più risolute, informate, determinate possono risentire dell’approccio comunicativo usato (ricordiamo che durante il parto, la parte razionale del cervello si “spegne”, fa un passo indietro; deve farlo, per concedere alla parte mammifera più antica di regolare i processi di competenza biochimica e fisica del Dare alla Luce). Non c’è miglior custode della diade madre/figlio-a della persona che ama e contiene a sua volta questa diade.

Mantenere questa visione gerarchica significa continuare a legare le mani delle donne, mentre l’eccessiva medicalizzazione procede a rinforzare questa disfunzione. Usare parole di “autorizzazione” significa mantenere una obsoleta dinamica che non riconosce noi donne come competenti e (non pienamente) titolari di diritti.

La donna è titolare di diritti, così come la neonata/il neonato e questi non dipendono dall’autorizzazione del/la professionista sanitario/a. Loro sono parte del tuo team: sei tu che hai concesso loro  l’onore di affiancarvi (con umiltà e rispetto) nella vostra Nascita. Tuoi sono i diritti, tua la responsabilità e la competenza.

Le nostre parole devono iniziare a riflettere la realtà.

 

 

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Foto: Monet Nicole

 

 

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